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Wind


 


Faramir non si accorse neanche che Eomer se ne fosse andato. Si sentiva intontito, non capiva dove fosse né cosa stesse facendo. Come ipnotizzato si alzò da tavola e si allontanò dalla stanza. Neanche lui sapeva dove stava andando. Quando si risvegliò si accorse di essere nelle stalle del palazzo.
Prendere un cavallo e scappare... come avrebbe voluto farlo, in quel momento! Ma non poteva lasciare tutti senza una spiegazione... e non poteva continuare a soffrire così...
Si lasciò cadere sulla paglia e iniziò a piangere. Aveva bisogno di sfogarsi prima di decidere seriamente su cosa fare...

Dopo un tempo che a lui parve lunghissimo, Faramir si riprese.
Rammentò tutto quello che era successo, soprattutto il suo sfogo con
Eomer, quando aveva confessato di essere innamorato di Gilraen.
No, non si poteva andare avanti così. Non poteva continuare a vivere
nell'incertezza, nel dolore. Aveva bisogno di riflettere, ma per
farlo non poteva restare qui: doveva uscire dalle mura della città,
respirare l'aria pura del verde. Solo così avrebbe potuto far luce
nelle nebbie che gli riempivano la testa. Ora non riusciva a vedere
che il dolore...
Si alzò in piedi e si diresse fino alla sua stanza con nel cuore una
determinazione che mai aveva avuti. Si sedette alla scrivania, prese
una penna, l'inchiostro e due fogli di carta. Per prima cosa doveva
congedarsi dal re: avrebbe dovuto farlo a voce, ma le sue condizioni
emotive non gli permettevano di sostenere una conversazione ufficiale.
Così scrisse: "Mio signore, vi chiedo gentilmente di concedermi
qualche giorno di permesso al di fuori della città. Come saprete, sto
attraversando un brutto momento e ho bisogno di un po' di solitudine
per calmarmi i nervi e riflettere con tranquillità. Vi prego, in nome
dell'amicizia che ci lega, di non considerare il mio atto come
codardia. Non sto cercando di fuggire dal male che alberga a Minas
Tirith. Temo anche che il male sia già dentro di me e, se non faccio
qualcosa, presto mi renderà folle come mio padre. Non voglio essere
causa di sciagure come lui, per questo devo andarmene per qualche
giorno. Andrò a Osgiliath per controllare le truppe, poi mi recherò
nelle mie terre, in Ithilien. Mi scuso per non essere venuto di
persona, ma avete così tante cose da decidere e da organizzare che
non voglio angosciarvi con i miei problemi. Il vostro umile
servitore, Faramir"

La seconda lettera era più difficile da scrivere. Respirando a fondo
per controllare i nervi iniziò: "Caro Boromir, mi spiace salutarti
per lettera, ma non reggerei ad un altro confronto come quello di
poco fa. Me ne vado per qualche giorno dalla città. Credimi, non è
una fuga. Sono intenzionato a tornare quanto prima: ma ora ho bisogno
di stare un po' da solo. Ho paura, fratellone: il dolore che mi pulsa
in cuore mi sta rendendo matto. E ogni minuto che passa ho paura di
fare la fine di nostro padre... e non voglio. Mi spiace averti
rivelato i miei sentimenti per Gil: voi due siete nati per stare
insieme, è giusto così. Vi lascio il tempo per ritrovare la vostra
intesa, senza che la mia presenza vi sia d'intralcio. L'aria della
reggia è diventata irrespirabile per me. Poco fa ho confessato tutto
a Eomer, senza rendermene conto. Il male mi è ormai entrato dentro,
ma non voglio che mi renda folle come papà, né che faccia del male
alle persone che amo. Saluta Gil da parte mia. Qualsiasi cosa sia
successa o succeda, ti voglio bene. Con amore, Faramir"

Chiamò un servo e gli affidò le due lettere. Gli disse anche di
fargli sellare un cavallo, poi iniziò a preparare i bagagli.


 

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